Disturbo da Attacchi di Panico
Autore: Dott. Luca Lavopa
Gli attacchi di panico, come riportato dal manuale diagnostico psichiatrico (DSM IV), consistono in "un'improvvisa manifestazione di ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente. Nel particolare, un episodio può essere caratterizzato da risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri, sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore o brividi. Chi sperimenta un attacco di panico avverte una perdita di controllo, una sensazione di dissolvimento del sé, la paura (o un livello molto forte di ansia) prende il sopravvento sulla capacità decisionale del soggetto che si percepisce in forte pericolo e senza risorse per reagire", in una sorta di stato dissociato che può portare ad una fuga più o meno precipitosa.
Dal punto di vista
sintomatologico, il disturbo si concretizza nel "corteo" di sintomi
della paura. La paura è un'emozione provata in tutto il regno animale e
serve a preparare l'organismo, nel suo insieme di psiche e soma, ad
affrontare un pericolo e ad approntare il comportamento di risposta
all'evento temuto: generalmente la fuga o l'attacco. Esiste un continuum di
percezioni ansiose che possono oscillare dall'esitazione fino all'ansia,
alla paura, al panico: negli organismi normali, quanto
maggiore è la minaccia percepita (e più grave la posta in gioco),
tanto maggiore sarà l'intensità di questi meccanismi preparatori (la
risposta alla minaccia reale o percepita).
I sintomi del disturbo da attacchi di
panico sono classificati, da un punto di vista psicodiagnostico,
attraverso dei criteri che includono:
- Un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale
quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed
hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:
1) palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
2) sudorazione;
3) tremori fini o a grandi scosse;
4)dispnea o sensazione di soffocamento;
5) sensazione di asfissia;
6) dolore o fastidio al petto;
7) nausea o disturbi addominali;
8 ) sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di
svenimento;
9) derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione
(essere distaccati da sé stessi);
10) paura di perdere il controllo o di impazzire;
11) paura di morire;
12) parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
13) brividi o vampate di calore.
L’attacco di panico ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti) ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente.
E’ importante considerare, inoltre, il
contesto in cui si
manifesta l’attacco. Vi sono tre tipi di attacco di panico
caratteristici con differenti relazioni tra l’esordio dell’attacco e la
presenza o assenza di fattori scatenati situazionali:
- Attacchi di panico inaspettati nei quali l’esordio non è associato
con un fattore scatenante situazionale;
- Attacchi di panico provocati dalla situazione nei quali l’attacco
quasi invariabilmente si manifesta subito durante l’esposizione o
nell’attesa dello stimolo o fattore scatenante situazionale;
- Attacchi di panico sensibili alla situazione, che hanno più
probabilità di manifestarsi in seguito all’esposizione allo stimolo o al
fattore scatenate situazionale, ma non sono invariabilmente associati con lo
stimolo e si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione.
Soffrire
di attacchi di panico significa fare esperienza frequentemente di
forti stati ansiosi, con lunghe e faticose ruminazioni, che talvolta
sfociano nella paura di poter soffrire, perdere il controllo fino a poterne
anche morire. La paura tende a generare confusione, stordimento, assenza:
durante un attacco di panico, la concentrazione si focalizza sul pericolo,
il cervello esamina velocemente azioni alternative sotto pressione,
dissociandosi da ogni altro pensiero. In questo stato, la persona può
arrivare a percepire un senso di estraneità da sé, una sensazione di
stordimento o di vertigine. Il ritmo di respiro può diventare affannoso, è
possibile percepire del formicolio, sensazioni di torpore o vampate di
calore.
Da quanto detto, è possibile definire
la reazione
psicofisiologica del panico come una forma estrema di paura: si
tratta di una reazione innescata dalla percezione attraverso i nostri sensi
o da immagini mentali (di tipo sia realistico che fantastico), che coinvolge
l'intero organismo.
Quando l'attivazione fisiologica che segue alla percezione di una
minaccia diviene, a sua volta, oggetto di valutazione catastrofica (e
diventa essa stessa una minaccia), può generarsi uno stato di apprensione
ansiosa incentrata sui propri stati corporei interni e fisiologici che, una
volta innescato, può diventare ricorsivo (tendendo così ad
auto-alimentarsi). Si passa così da uno stato funzionale ad uno
disfunzionale. Il panico vero e proprio, infatti, la persona lo raggiunge
focalizzando l'attenzione sui propri stati interni fisiologici in reazione
alla paura.
In seguito ad un attacco
di panico (o all'esperienza di numerosi attacchi di panico) può anche
insorgere - ma non è una regola - la paura della paura: ossia
la paura relativa alla possibilità che possa verificarsi nuovamente un
attacco di panico in situazioni in cui potrebbe essere difficile da gestire
(o da "controllare"). Tale paura porta spesso ad evitare le situazioni
ritenute potenzialmente "a rischio", limitando così la libertà e lo stile di
vita personale. Non è infrequente, infatti, che un disturbo di attacchi di
panico si associ ad una sindrome agorafobica (uno stato connotato
dall'intensa paura di rimanere soli o di trovarsi in luoghi dai quali, nel
caso di un malore o di un attacco di panico, la fuga potrebbe essere
difficile o l'aiuto non disponibile).
La terapia del
disturbo da attacchi di panico ha in generale, come primo obiettivo,
quello di portare gradualmente il paziente a gestire "involontariamente" le
proprie emozioni (panico, paura e ansia) piuttosto che continuare a
sforzarsi di controllarle e di combatterle senza successo. Riportando ad un
livello funzionale ed adattivo lo stile di vita personale del paziente
attraverso la riduzione progressiva dei sintomi, si evita che la persona
rimanga troppo a lungo vittima dei limiti imposti dal panico. Una volta
fuori dal circolo vizioso del disturbo, la seconda fase della terapia
permette di riorientarsi in una nuova realtà priva del problema.![]()